Prevenire è meglio che curare! Intervista a Mirella Cudia, psicologa del Centro di Salute Mentale a Ribera

Prevenire è meglio che curare! – così recitava la suadente voce di uno spot televisivo del passato sull’igiene dentale. L’idea di fare prevenzione è ampiamente diffusa per l’igiene dei denti, nel campo della salute mentale, invece, trova ancora qualche difficoltà ad essere socialmente condivisa, sia per scarsa conoscenza dei servizi presenti sul territorio, sia, in alcuni casi, perché si tende a sottovalutare il problema del disagio psichico.
Un diverso approccio alla salute mentale è stato codificato soltanto nel 1978 con la legge Basaglia, che impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo i servizi di igiene mentale pubblici. Anche a Ribera, circa 20 anni fa, è stato avviato il Centro di Salute Mentale che si trova in via Canova. Attualmente il Centro porta avanti due significativi progetti di prevenzione denominati Lotta allo Stigma e Patto di Solidarietà con la Città. Ne abbiamo parlato con la psicologa del centro Mirella Cudia, che ha risposto con garbo e puntualità a tutte le nostre domande.
Di cosa si occupa il Centro di Salute Mentale qui a Ribera?
«Il CSM (centro di salute mentale) si occupa di salute mentale. È la sede organizzativa dell’équipe degli operatori e la sede del coordinamento degli interventi di prevenzione, cura, riabilitazione e reinserimento sociale del territorio di competenza. Dopo qualche anno è stato trasferito in Ospedale ed i locali di Via Canova hanno ospitato la Comunità Terapeutica Assistita. Da circa due anni è ritornato ad operare in Via Canova. Nell’immaginario collettivo del Riberese in via Canova c’è “una cosa” che riguarda non la salute mentale, ma la malattia mentale. In realtà però dal 2011 l’apertura del CSM a tutte le fasce di popolazione è più visibile, dato che vengono qui anche gli ultraottantenni per essere sottoposti ad una valutazione da parte dello psichiatra delle loro facoltà cognitive, necessaria per il rinnovo della patente. Nei fatti, da sempre però ci siamo recati nel territorio con progetti di prevenzione dei disturbi psichici, in particolare la collaborazione con le scuole è stata sistematica».
Chi sono gli Operatori del CSM?
«Siamo in 16, me inclusa: Maria Concetta Donzella, psichiatra Responsabile di Unità Operativa, gli psichiatri Maria Garufo, Aldo Geraldi, Paolo Pasciuta, Nicolò Scaturro, il sociologo Nino Aquilino, l’animatrice Vincenza Colletti, gli assistenti sociali Francesco Baiamonte, Antonina Parlapiano, Giuseppe Puma, e gli infermieri professionali Enea Bonsangue, Filippa Cufalo, Salvatore Marotta, Vincenzo Marturano e Concetta Morello».
Che tipo di lavoro svolgete nelle scuole?
«L’attività è molto varia e va dalla promozione della salute mentale alla prevenzione. Con una scuola media superiore collaboriamo sistematicamente da parecchi anni. Si tratta di interventi di prevenzione su gruppi di studenti, in particolare con tutti gli alunni delle terze classi. Il progetto Lotta allo Stigma, che il nostro Centro ripropone ogni anno nella Scuola Magistrale “Francesco Crispi” di Ribera da novembre fino al mese di marzo, nacque da un’indagine sui disturbi alimentari nel 2005, quando c’era un interesse particolare per questo tipo di disturbi, come l’anoressia e la bulimia. Il primo anno del progetto, nell’incontrare i ragazzi, ci siamo accorti che non avevano conoscenza dei luoghi di cura, né possedevano un linguaggio adeguato per trattare i temi della Salute Mentale. Il loro vocabolario era composto da 5-6 termini, tipo “foddi”, “schizzato”, schizofrenico e poco altro. Di qui è nata l’esigenza di rimodulare il progetto e riproporlo negli anni successivi».
Che significa fare prevenzione?
«Come prima cosa diffondere una corretta cultura della salute mentale che non può prescindere dalla condivisione di un vocabolario comune. La prevenzione si effettua mettendo in atto interventi precoci. Ciò che li ostacola solitamente è il pregiudizio, proprio per questo l’obiettivo di Lotta allo stigma è ridurre il pregiudizio in modo da facilitare un accesso precoce ai nostri servizi. La lotta al pregiudizio passa attraverso la conoscenza. La malattia mentale va trattata al pari di una malattia fisica. Se per gli aspetti della malattia fisica, ad esempio, la distinzione tra sintomo e malattia è ampiamente conosciuta: la tosse è un sintomo, la polmonite è una malattia; nel caso della malattia mentale, invece, malattia e sintomo vengono spesso confusi, nel senso che un sintomo diventa malattia ed una malattia diventa sintomo. Uno degli interventi nelle scuole è chiarire innanzitutto la distinzione rispetto la gravità dei disturbi psichici e poi fornire qualche vocabolo in più da sostituire alla parola “pazzo” che vuole dire tutto e vuol dire niente. L’obiettivo generale è quello di sensibilizzare i ragazzi a riconoscere i segni di disturbo/disagio psichico e ad accedere loro in prima persona ai nostri servizi, quando riconosceranno dei segni in se stessi o nei loro figli».
Un esempio di un segno di disagio.
«Uno dei segni più importanti di disturbo psichico, nell’ambito dei disturbi di personalità che sono in costante aumento, è l’avere atteggiamenti poco congrui rispetto alla situazione. Ciò viene spesso interpretato come “originalità”, quando invece potrebbe essere soltanto un segno di disagio psichico, indizio di una patologia».
E se fosse soltanto un problema di educazione?
«Va valutato caso per caso se è un problema di educazione o di salute mentale. Nel caso della salute fisica abbiamo un’idea più chiara, siamo abituati ad utilizzare il medico di base come nostro punto di riferimento. Invece, dal punto di vista psichico, non c’è ancora questa sensibilità a sapere “come stiamo”. Il dato dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dice che una persona su quattro è affetta da disturbo psichico anche lieve. Eppure, in un gruppo di 40 persone difficilmente ci sarà la percezione che dieci di loro stanno male, tutti non avranno difficoltà a dire che stanno bene perché non hanno consapevolezza di cos’è un disturbo psichico. Non conoscendolo non lo tratti, ma se non viene trattato in tempo, rischi di peggiorare, di invalidarti aspetti importanti della tua vita».
Quali sono le funzioni principali del Centro?
«Attività di accoglienza, analisi della domanda ed attività diagnostica, definizione e attuazione di programmi terapeutico riabilitativi personalizzati, attività di raccordo con i medici di medicina generale. Si può venire qua anche se si ha un sospetto di disagio psichico. Lo psichiatra e lo psicologo sono in grado di fare una valutazione dello stato psichico».
Esiste un confine tra salute e disagio psichico?
«Il confine è dato dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM4), dove sono elencati tutti i disturbi psichici. L’ansia, ad esempio è un sintomo, la ritrovi nella stragrande maggioranza delle malattie mentali, ed è il corrispettivo di quello che è la tosse nell’ambito della salute fisica. L’ansia è come la tosse. Va comunque interpretata, dato che un po’ di ansia in alcune situazioni è opportuno che ci sia, perché ci rende più attivi: se c’è un cane che ci rincorre è bene avere l’ansia. L’ansia diventa patologia, segno di disturbo, quando è eccessiva, oppure quando non c’è affatto: mi sta cadendo la casa addosso ed io, anziché fuggire, giro tranquillamente per le stanze. L’ansia va sempre contestualizzata, anche se molto spesso viene sottovalutata, poiché è mal conosciuta. È chiaro comunque che una quota alta di ansia costante non fa bene né alla nostra salute fisica né a quella mentale».
Quando vedo una persona che si comporta in modo strano, come posso intervenire?
«Se vedo una persona per strada e mi persuado che ha bisogno di aiuto perché mostra “stranezze” eccessive posso informare il CSM o il medico di base, oppure, nei casi più gravi, il pronto soccorso. I canali della malattia mentale non sono diversi da quelli delle altre malattie. Una maggiore sensibilizzazione, unita ad una presenza dei servizi facilmente accessibili sul territorio, aiuta la prevenzione. Una questione importante nella gestione del disagio psichico è infatti la scelta di farsi curare in loco, perché la malattia mentale è così complessa che necessita di una gestione in équipe, in cui sono coinvolte diverse professionalità, dall’assistente sociale, al medico, allo psicologo, all’infermiere professionale. La gestione del disturbo psichico medio-grave richiede un intervento in équipe che garantisce la possibilità di attingere a risorse che sono territoriali. Un centro di salute mentale di un paese che ricade fuori del distretto di competenza è difficile che possa gestire in maniera ottimale il disturbo psichico. Da un lato la territorialità dell’intervento è fondamentale, dall’altro, c’è il pregiudizio: “Io mi vergogno a farmi seguire a Ribera”, da qui la necessità di una migliore informazione sulla questione “Salute Mentale”.
Ci parli del Patto di Solidarietà con la Città.
«Con il Patto di Solidarietà con la Città, progetto che stiamo realizzando con la collaborazione dell’Associazione “Insieme si può”, coinvolgeremo gli esercizi commerciali, i Comuni, le scuole, banche, club ed altre realtà territoriali, con l’obiettivo di rendere il territorio il più possibile accogliente, tollerante, comprensivo, non discriminante e non emarginante. Saranno siglati patti con i baristi, i ristoratori, i tabaccai, che sono già sensibili al tema. Nei bar, infatti, i nostri pazienti vengono accolti e tollerati, ma adesso desideriamo che tutto questo lavoro che il territorio già svolge abbia la sua giusta visibilità. Cercheremo di intercettare quante più realtà territoriali possibili al fine non soltanto di sensibilizzarli alla questione della salute mentale, ma anche di fugare quanti più pregiudizi possibili. Tutti abbiamo un ruolo nella salute mentale, molte persone si persuadono di non avere alcun contatto con la salute mentale salvo poi scoprire che invece i contatti sono frequenti. Conoscere la Salute Mentale è anche sapere come posso essere rassicurante rispetto ad un attacco di panico».
Che ruolo hanno le banche nel progetto?
«Gli impiegati si impegneranno a trattare la nostra utenza nel rispetto della loro disabilità, non soltanto essere gentili ed offrire la sedia al nostro paziente, ma anche spiegare con pazienza l’operazione bancaria da effettuare. Saper trattare con una tipologia di utenza che ha dei disturbi significa anche spendere tre paroline in più per rassicurarlo rispetto la facilità di utilizzo di un bancomat, di una carta di credito. L’Associazione, dal suo canto, si impegnerà a comunicare i nomi delle ditte, enti e banche che partecipano a questo progetto. Uno dei punti del protocollo d’intesa è proprio quello di dare la massima visibilità a tutti coloro che aderiranno a questa iniziativa».

Intervista di Davide Cufalo

Davide Cufalo

Davide Cufalo

Direttore responsabile di SicaniaNews, scrive anche per il Giornale di Sicilia. Ha collaborato in passato con Momenti, Novantadue016, AgrigentoNotizie, Agrigentoweb e Palermo24h. Visita il suo Blog.

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